MAURIZIO MERLI: L'ICONA DEL POLIZIOTTESCO

Maurizio Merli
Maurizio Merli (Roma, 8 febbraio 1940Roma, 10 marzo 1989) è stato un attore particolarmente noto per aver interpretato numerosi film poliziotteschi in voga negli anni settanta. È stato interprete di fotoromanziper la rivista Grand Hotel.
Gli esordi
Debuttò nel cinema nel 1963 come comparsa ne Il Gattopardo di Luchino Visconti. Dopo altre parti in pellicole minori e nel teatro di rivista con Carlo Dapporto, iniziò la carriera nelle produzioni televisive in I grandi camaleonti, pur continuando la recitazione teatrale (nel 1968 partecipa all'Orlando furioso di Luca Ronconi). La grande notorietà tra il pubblico però giunge con la partecipazione come protagonista nello sceneggiato televisivo Il giovane Garibaldi di Franco Rossi (1974), in cui interpreta l'Eroe dei due mondi.

Icona del Poliziottesco
Merli divenne negli anni settanta uno degli attori più noti del genere poliziottesco,con film come Roma violenta, Roma a mano armata, Napoli violenta, Il cinico, l'infame, il violento. Il suo esordio nel genere avvenne nel 1975, quando ottenne la parte del Commissario Betti in Roma violenta, diretto da Marino Girolami. Fu proprio il regista a caldeggiarne la scrittura per sostituire Richard Harrison, voluto invece dal produttore. Il protagonista doveva apparire iconograficamente simile a Franco Nero, che aveva ottenuto un grande successo con La polizia incrimina, la legge assolve, tanto che Merli si fece crescere appositamente i baffi, che poi diverranno uno dei suoi "marchi di fabbrica". Il film fu un grandissimo successo commerciale, tanto da incassare oltre due miliardi di lire, ed essere il venticinquesimo incasso nella stagione cinematografica in Italia. Alto, biondo, atletico e baffuto, Merli interpretava personaggi di duri poliziotti in rivolta contro l'ingiustizia e il lassismo della legge e dei magistrati. Numerose scene acrobatiche e pericolose di alcuni film furono girate direttamente da lui senza avvalersi di controfigure. La sovrapposizione tra attore e personaggio portato sullo schermo fu, nel caso di Merli, tanto profonda da essere considerato il "commissario di ferro" per antonomasia. Molti saranno i suoi successi nella seconda metà degli anni settanta, spesso guidato con maestria dai registi Umberto Lenzi e Stelvio Massi.

Il declino e l'improvvisa fine
Col finire degli anni settanta anche il genere poliziottesco entrò in crisi, e per Merli divenne difficile ritagliarsi altri spazi nel mondo del cinema italiano, tanto che il suo tentativo di cimentarsi in un altro genere, lo spaghetti-western Mannaja di
Sergio Martino, si rivelò un fallimento.
L'ultima apparizione in un film fu nel 1987, in Tango blu, scritto e diretto da
Alberto Bevilacqua, anche produttore insieme allo stesso Merli. Negli ultimi anni della sua carriera, ormai emarginato da una critica cinematografica ostile, aveva partecipato solo ad alcune trasmissioni televisive d'intrattenimento, tra cui una partecipazione al programma di Pippo Baudo Festival, insieme al duo comico
Zuzzurro e Gaspare e, nel 1988, al programma di Marco Columbro "Tra moglie e marito". Più rilevante lo spettacolo Crazy Boat, in sei puntate andato in onda su Rai 2. Nell'ultimo anno di vita fu ospite frequente del programma televisivo Il gioco dei 9 condotto da Raimondo Vianello su Canale 5, e nel programma di Giancarlo Magalli "Domani Sposi" dove si presentò con tutta la famiglia. Il 10 marzo 1989, a Roma, mentre stava giocando a tennis al circolo "Casetta Bianca" sulla Cassia con un amico, e sotto gli occhi della figlia, l'attore fu improvvisamente colto da un infarto: sia pur prontamente soccorso e trasportato all'ospedale "Villa San Pietro", purtroppo vi giunse già privo di vita. Morì così, a soli 49 anni, per giunta quando si stava ipotizzando la possibilità di poter recitare di nuovo in un film poliziesco, sempre nei panni del commissario. Riposa nel cimitero di Poggio Catino (Rieti) , paese in cui amava trascorrere le vacanze e il tempo libero con la sua famiglia.

Maurizio Merli in una scena di "Napoli violenta" (1976). Secondo episodio delle avventure del Commissario Betti
Andandosi a rileggere gli articoli con cui la stampa nazionale piangeva Maurizio Merli, l'indomani della sua prematura scomparsa, avvenuta il 10 marzo 1989, il meno che si possa provare è disagio. Fuor di dubbio che il branco dei "coccodrilIi" e lo spazio loro riservato testimoniassero della vastissima popolarità di Maurizio, il quale aveva terminato i suoi giomi stroncato da un infarto a soli 49 anni durante una partita a tennis; tuttavia - ed ecco il disagio - nemmeno un rigo di quanto si scriveva in memoria dell' attore rendeva ragione dei veri motivi della sua notorietà e del genuino favore di cui aveva goduto per quasi un decennio presso le platee del nostro Paese.
I vari de profundis concordavano, infatti, nel ricordare la formazione teatrale di Maurizio, diplomatosi presso l'Accadernia di arte drammatica, e i successivi primi passi nel mondo dello spettacolo, di cui sono tappe significative - a dire dei necrologi ufficiali -un'apparizione ne Il gattopardo di Luchino Visconti, l'esperienza nella rivista I trionfi come ballerino-cantante insieme a Carlo Dapporto, e quindi tutta una sporade di altri lavori (in teatro, radio, cinema e televisione) che come culmine avrebbero avuto il Garibaldi televisivo (1974) di Franco Rossi, uno sceneggiato in grado di assicurare a Merli quel successo di pubblico e quella celebrità che - sempre parola dei giornali -: 'l'attore aveva inutilmente inseguito da undici anni sui palcoscenici e sui set". E fin qui tutto bene.
Sul proseguio, invece, della carriera artistica di Maurizio, le alternative oscillavano tra la reticenza o le allusioni cariche di malcelato disprezzo: :"Uscito dall'anonimato", scriveva per esempio un articolista della Nazione, "Maurizio Merli si tagliò la barba e girò come protagonista una serie di film polizieschi, pellicole di scarso valore... realizzate da registi di scarso prestigio ( ... ) Ma la parte usurata di un intrepido e deciso commissario romano ( ... ) aggiunse poco o niente alla carriera".
Cè da scommettere che chi trinciava un giudizio di così rara superficialità - non tanto sul valore dei "polizieschi" (la nouvelle vague della critica cinematografica era ancora di la da venire) ma a proposito del fatto che questi film avessero aggiunto poco o nulla alla carriera dell'attore - e quanti lo leggevano, avessero ancora ben vivida nella memoria l'immagine di quei granitici commissari Betti, Tanzi, Olmi, Murri... interpretati da Maurizio in tanti "poliziottari" assai più di quanto ricordassero, per esempio, il Merli-Ricciardetto dell'Orlando furioso, nell' adattamento allestitone da Luca Roncom. Tuttavia, sulle glorie del commissario Merli si preferì glissare...
Se non tutto, certamente moltissimo in termini di fama e di successo, Maurizio lo dovette invece proprio al filone poliziesco, dove furoreggiò a partire dal 1975 e in cui si impose prestissimo non solo come "un" protagonista ma come "il" protagonista par excellence. La sovrapposizione tra attore e personaggio portato sullo schermo fu, nel suo caso, profonda e tale da sfiorare toni leggendari. E' noto l'aneddoto, che lo stesso Merli riferiva, di quando, fermato da una pattuglia della stradale, venne subito congedato dall'agente che lo riconobbe e salutandolo militarmente gli disse: "Oh, scusi, commissario Quel che sarebbe presto diventato il suo alter ego, Maurizio lo incontrò la prima volta, quasi per caso, nel fortunato Roma violenta (più di due miliardi di allora d'incasso), allorchè venne assunto in forza al cast dietro consiglio del regista Marino Girolami per sostituire Richard Harrison, la cui candidatura al ruolo era invece caldeggiata dal produttore Edmondo Amati. L'interprete che serviva doveva essere biondo, atletico e con i baffi - Maurizio allora non Ii portava e se li fece crescere apposta ; doveva, cioè, apparire iconograficamente il piu vicino possibile a Franco Nero, eroe del miliardario apripista del filone La polizia incrimina la legge assolve, che lo stesso Amati aveva prodotto due anni prima.
Alla fine fu Maurizio a spuntarla e al suo personaggio seppe dare subito pregnanza e vita autonoma, tratteggiando un carattere di poliziotto duro e violento, certo, ribelle ai codici e alle regole che lo impastoiavano nella lotta contro il crimine - come la tradizione del genere imponeva ma psicologicamente assai meno monolitico rispetto alla maggior parte degli "sbirri bastardi" del periodo.
Grilletto e sganassoni facili si appaiano al dubbio, alla riflessione e persino, all'angoscia in questo commissario Betti che nella stessa stagione 75/76 riappare trionfalmente quale protagonista di un secondo film di Girolami, Italia a mano armata - sarà l'unica volta in cui Merli, a fine storia, viene ucciso - e nell' ottimo Napoli violenta, diretto da Umberto Lenzi, un regista in grado di utilizzare al meglio le qualita recitative e atletiche di Maurizio, che già a pochi mesi da Roma violenta aveva cambiato identità a Betti, dando un'accelerata in violenza al personaggio e trasformandolo nel battagliero commissario Leonardo Tanzi, ai ferri corti con il "Gobbo" Tomas Milian, macellaio sadico e sanguinario, nel film Roma a mano armata - la saga di Tanzi conobbe anche un secondo capitolo, sempre lenziano e sempre con Milian supercattivo ll cinico, l'infame e il violento (1977). All'immediato, enorme successo che lo investì, non sempre corrispose la saggia amministrazione dello stesso da parte di Merli, il quale talvolta scordava il peso determinante che per la riuscita di un film avevano, insieme al suo, il nome di un Umberto Lenzi o di uno Stelvio Massi dietro la macchina da presa: "Tornando a Roma da Napoli - ricorda proprio Lenzi - dove avevamo presenziato con le nostre mogli alla prima nazionale di Napoli violenta, Maurizio volle portarci a vedere Paura in città, un poliziesco che aveva da poco girato. A Napoli, nonostante si fosse in pieno agosto, il cinema era stato preso d'assalto dalla gente, che rovesciò persino il bancone dei bigletti e spaccò le vetrate... tanto che si dovette richiedere l'intervento della polizia. A vedere Paura in città, a Roma, eravamo solo quattro in sala... Ecco, se dovessi trovare un difetto di Maurizio, che peraltro amavo e stimavo moltissimo, direi che a un certo punto ebbe troppa fiducia nei suoi soli mezzi, pensando che il suo sguardo bastasse da solo a riempire i cinema".
Ma qualche passo falso (nemmeno la variante western di Mannaja entusiasma o l'intrigo sentimental-spionistico de I gabbiani volano basso; così come non pagò il Merli "cattivo" di Sono stato un agente C.I.A.) non incrina una carriera che prosegue a spron battente e infila, dal 1977 al 1980, alcune delle migliori interpretazioni di Merli accanto a Napoli violenta e a Da Corleone aBrooklyn: Poliziotto sprint, Un poliziotto scomodo e Poliziotto solitudine e rabbia sono tre titoli da antologizzare tra i sei polizieschi che Maurizio gira per la regia di Stelvio Massi, in quanto prove duttili e sensibili dell'attore, che in Poliziotto sprint abbandonava baffi e grado per diventare il semplice agente, "driver" di volanti, Marco Palma, nel secondo, di nuovo commissario a muso duro contro il crimine, freddava per sbaglio un innocente - caso unico nel genere -, mentre in Poliziotto solitudine e rabbia, ormai al declino degli anni di piombo, nell'adatta atmosfera di una Berlino livida e invernale, si congedava in grande stile dal personaggio che aveva fatto la sua (e più spesso l'altrui) fortuna. Si era nel 1980 e l'anno precedente Merli aveva percorso quella sorta di struggente, bellissimo e inconsapevole viaggio iniziatico a ritroso (dell'eroe del filone simbolo di esso) verso le proprie remote origini d'Oltreoceano che è Da Corleone a Brooklyn, guidato ancora una volta, per l'ultima, dal fido Umberto Lenzi. Terminarono cosi, a New York e a Berlino le imprese del commissario Merli, al quale le parole rivolte dal boss Mario Merola nell' epilogo del film non possono fare a meno di suonare come un sinistro vaticinio: "Ma sei sicuro che ci arriveremo in Italia ... ?. Maurizio, in effetti, la via del nostro cinema non riusci più a ritrovarla nel nuovo decennio e se si eccettuano lo sceneggiato televisivo Notturno (1984) dove quella di Merli fu una presenza significativa ma spersa tra molte, un lungometraggio francese, mai distribuito, con Ava Gardner e un film di Alberto Bevilacqua, Tango blu, in cui Maurizio credeva molto ma che si rivelò un flop, gli anni Ottanta decretarono in sorte al commissario Merli unicamente "solitudine e rabbia".

(collana CALIBRO 9 - edizioni NOCTURNO).
  
Filmografia poliziesca di Maurizio Merli
(1975) Roma violenta, di Franco Martinelli (Marino Girolami)
Film d'esordio di Maurizio Merli nel "Poliziottesco"
e primo film della Trilogia che lo vede protagonita nei panni del Commissario Betti.

(1976) Napoli violenta, di Umberto Lenzi
Secondo episodio delle avventure del Commissario Betti.
 
(1976) Paura in città, di Giuseppe Rosati
Maurizio Merli interpreta per la prima volta il Commissario Mario Murri
Il personaggio del commissario Mario Murri ritornerà in
"La polizia interviene: ordine di uccidere" non interpretato da Maurizio Merli
  
(1976) Roma a mano armata, di Umberto Lenzi
Maurizio Merli interpreta per la prima volta il Commissario Leonardo Tanzi. 

(1976) Italia a mano armata, di Marino Girolami
Terzo ed ultimo episodio della Trilogia del Commissario Betti

(1977) Il cinico, l'infame, il violento, di Umberto Lenzi
Secondo episodio del Commissario Leonardo Tanzi.

(1977) I gabbiani volano basso, di George Warner

(1977) Poliziotto sprint, di Stelvio Massi

(1978) Il commissario di ferro, di Stelvio Massi

(1978) Poliziotto senza paura, di Stelvio Massi

(1978) Sono stato un agente CIA, di Romolo Guerrieri
(Uscito anche con il titolo: L'ultima missione)
(1979) Sbirro, la tua legge è lenta... la mia no! di Stelvio Massi         
(Uscito anche con il titolo: Il poliziotto ribelle)

(1979) Un poliziotto scomodo, di Stelvio Massi
Commissario Francesco Olmi.

(1979) Da Corleone a Brooklyn, di Umberto Lenzi
                            
(1980) Buitres Sobre la Ciudad, di Gianni Siragusa
                           
(1980) Poliziotto solitudine e rabbia, di Stelvio Massi    

I FILM  
(1975) Roma violenta 1° Commissario Betti
Film d'esordio di Maurizio Merli nel "Poliziottesco"
e primo film della Trilogia che lo vede protagonita nei panni del Commissario Betti.
di Franco Martinelli (Marino Girolami)
Cast: Maurizio Merli, Richard Conte, Ray lovelock,
Silvano Tranquilli, John Steiner, Luciano Rossi, Attilio Dottesio

Il commissario Betti è un personaggio fittizio, creato da Franco Martinelli e Vincenzo Mannino, apparso nella cosiddetta trilogia del commissario Betti, costituita da Roma violenta, proseguita nel 1976 con Napoli violenta (diretto da Umberto Lenzi) e terminata nello stesso anno con Italia a mano armata.
Il commissario Betti ricalca in tutto e per tutto l'ideale del commissario di polizia duro ed americaneggiante, spavaldo e temerario. Per lui fare giustizia diventa spesso una faccenda personale, anche a causa della tragica morte del fratello avvenuta circa due anni prima dei fatti narrati in "Roma violenta". Proprio da quel film comincia la saga del personaggio interpretato da Merli, un commissario che (come lui stesso ammette) "sa fare solo il poliziotto" e per il quale quel mestiere è una vera e propria ragione di vita. Sempre in conflitto coi superiori e coi magistrati si ritroverà al centro di svariate vicende fino alla morte per mano di ignoti al termine del terzo episodio, "Italia a mano armata". Ma il personaggio si re-incarnerà con pochissime differenze pochi mesi dopo, assumendo stavolta il nome di Leonardo Tanzi in due nuove avventure dirette da Umberto Lenzi.
Il film detiene il record assoluto d'incasso del poliziottesco avendo incassato oltre due miliardi e mezzo di lire del 1975
 
Trama:
Il commissario Betti, poliziotto della questura romana, ha perso un fratello diciottenne che è stato colpito senza alcuna ragione da un delinquente nel corso di una rapina. Un episodio assai simile si ripete su di un autobus, dove due banditi, dopo aver privato i passeggeri dei propri soldi e dei propri gioielli, uccidono senza motivo un povero ragazzo di dicassette anni. Betti, grazie agli agenti speciali Biondi e De Rossi travestiti da straccioni e, forte delle informazioni che ottiene, riesce ad individuare uno dei malviventi. Lo pesta a sangue su di un autobus fuori servizio. Il delinquente, pur di non farsi più pestare, rivela che colui che ha saprato è "il Cinese", che viene a sua volta prelevato e arrestato. Betti li consegna entrambi alla giustizia italiana, nella quale non ha alcuna fiducia.
Qualche giorno dopo viene commessa una rapina in un supermercato. La polizia arriva sul posto, Betti compreso, ma, impotenti, lasciano scappare i banditi (che hanno già ucciso per errore una donna) con una signora in ostaggio, che morirà gettata dall'auto in corsa. Biondi scopre che la rapina è opera della banda di Franco Spadoni, detto "il Chiodo". Betti e Biondi iniziano a pedinarlo, con l'aiuto di altri agenti speciali. Proprio nel bel mezzo del pedinamento, Chiodo, raggiunto dai suoi complici, compie una rapina in una banca. Fanno subito irruzione Betti e Biondi, uccidendo due banditi, ma Spadoni esplode una raffica di mitra sull'agente speciale, per poi fuggire assieme al complice sopravvissuto. Betti parte all'inseguimento, durante il quale Chiodo spara a tre bambini per strada, che muoiono all'istante. Raggiunta una sopraelevata sulla quale si stanno svolgendo dei lavori in corso, l'auto dei banditi va a sbattere in un cantiere. L'uomo alla guida muore, Spadoni esce invece dall'auto malconcio e con il mitra scarico. Viene raggiunto da Betti che, anziché arrestarlo, lo uccide, vendicando i tre bambini ed il collega Biondi, appena venticinquenne, che sarà costretto ad andare in sedia a rotelle per tutta la vita. Dopo quest'episodio il commissario viene definitivamente cacciato dalla polizia.
L'indomani Betti, ormai disoccupato, riceve una telefonata dall'avvocato Sartori, che lo invita ad unirsi alla sua squadra di "vigilantes". Egli, dopo un attimo di esitazione, accetta di unirsi al team, ma non perché favorevole a questo tipo di giustizia, ne è anzi contrario, ma ne entra a far parte solo per poter combattere la delinquenza con i propri metodi.
La sera stessa parte la prima ronda. La squadra scova alcuni banditi che stavano svaligiando una fabbrica di tappeti e pesta a sangue due scippatori.
La sera dopo, però, due delinquenti si presentano a casa Sartori e ne stuprano barbaramente la figlia, costringendo il padre a guardare. Il giorno dopo Betti va a trovare Biondi, che è nel frattempo ricoverato in un centro di riabilitazione motoria. Biondi deduce che molto probabilmente si tratta di una vendetta dovuta all'episodio della fabbrica dei tappeti: uno dei banditi ha infatti due fratellastri a cui è molto legato, e molto probabilmente sono stati loro. La sera stessa i vigilantes rapiscono i due e li rinchiudono in un magazzino. Arriva anche Sartori, che riconosce nei due coloro che hanno stuprato la figlia. A colui che teneva immobilizzato Sartori vengono spezzate entrambe le braccia mentre il vero e proprio stupratore viene reso sessualmente impotente da una serie di forti calci nei testicoli.
Il giorno dopo viene commessa una rapina in un ristorante, un uomo viene ucciso davanti agli occhi dei figli. Il team decide di indagare, rastrellando le case di alcuni ricettatori, ma non ne ricavano nulla.
Nel frattempo Biondi viene raggiunto nella clinica da due delinquenti. Portato in un punto del giardino della clinica in cui non li osserva nessuno cominciano a pestarlo. Viene salvato da Betti, che proprio in quel momento lo stava andando a trovare, che spara ad entrambi i malviventi, uccidendoli.
Parlando il giorno dopo con Biondi, Betti gli spiega che questa volta il giudice ha ritenuto che abbia agito in sua legittima difesa. Ma Betti stesso si rende conto che avrebbe potuto benissimo sparare alle gambe, evitando di ammazzarli. Interviene a quel punto Biondi, che fa capire all'ex commissario che la giustizia fatta col metodo "vigilantes" non è che un'altra forma di delinquenza. Betti, accortosi dello sbaglio che ha fatto saluta Biondi e raggiunge la propria auto. Nel frattempo il giovane agente si immagina la morte del commissario.
Critica:
«L’ideologia di pura marca fascista che circola per tutto il film non è nemmeno mascherata, come altre volte nel filone “poliziotto”, da alibi legalitari». (Paese sera).

(1976) Napoli violenta 2° Commissario Betti
Secondo episodio (dopo "Roma violenta" delle avventure del Commissario Betti.
Il regista Umberto Lenzi sa come sfruttare a dovere non solo le capacità attoriali di Merli ma anche le sue doti atletiche (avendolo già diretto nei panni del commissario Leonardo Tanzi in
"Roma a mano armata" e quindi spinge ancora di più il pedale sulla violenza, sull’azione e sugli inseguimenti mozzafiato. Il film contiene molti inseguimenti e scene d'azione; la più famosa sequenza di tutte è l'inseguimento di Elio Zamuto sulla funicolare di Montesanto da parte del commissario Betti, interpretato da Maurizio Merli senza alcuna controfigura. Nella sola Napoli incassò 59 milioni di lire in quattro giorni, ed è considerato uno dei più grandi successi del regista Umberto Lenzi.
di Umberto Lenzi
Cast: Maurizio Merli, John Saxon, Elio Zamuto,
Silvano Tranquilli, Maria Grazia Spina, Barry Sullivan
Trama:
Il commissario Betti (Maurizio Merli), che aveva chiesto il trasferimento in una sede tranquilla, viene invece spedito a Napoli: per lui è un ritorno, dal momento che vi aveva già lavorato tempo prima. Appena sceso dal treno, viene subito accolto negativamente da " 'o Generale "(Barry Sullivan) un potente camorrista che spadroneggia a Napoli da lungo tempo. Questi, con un avvertimento, lo "mette in guardia" del fatto che Napoli sia una città pericolosa. Betti non si lascia intimidire anzi, appena fuori dalla stazione, pur se casualmente, coglie in flagrante ed arresta un ladro d'auto. Intanto, inizia a susseguirsi una serie di eventi connessi al traffico di gioielli che 'O Generale pratica in tutta la città: i coniugi Gervasi vengono assaliti da due rapinatori e come conseguenza la giovane signora Gervasi (Maria Grazia Spina) viene seviziata e violentata; una ragazza, insieme alla sua anziana madre  (che riporta una grave frattura del femore) viene aggredita da due delinquenti che hanno appena effettuato un furto in casa loro rubando, fra l'altro, un preziosissimo anello di diamanti. Betti effettua subito le indagini e riesce a catturare i responsabili di entrambe le rapine, fra l'altro poco prima che l'autore del furto dell'anello possa rivenderlo ad un ricettatore senza scrupoli (che fra l'altro, facendogli credere che si tratti di un falso, tenta di raggirarlo gettando il gioiello in un WC dove però vi era nascosto un cestello per poi recuperarlo). 'O Generale, che amministra questi traffici in città, si incontra con il mite Francesco Capuano (John Saxon), un imprenditore la cui attività comprende anche finanziamenti di traffici illeciti. Il boss vuole stringere con Capuano una sorta di "patto" secondo cui si dovranno spartire una grossa fetta degli introiti. Capuano, invece, non vuole assolutamente dividere nulla col Generale, nascondendogli le sue reali intenzioni e finanziando invece un suo concorrente. Il Generale, che non è affatto uno sprovveduto, se ne accorgerà in seguito e gli darà quindi la caccia per punirlo dello sgarro.
Proseguono i crimini: un'intera via di Napoli, sottomessa al potere camorrista del Generale, non paga la protezione e quindi riceve una serie di assalti vandalici da parte della banda del boss; in varie parti della città, inoltre, si verificano da tempo rapine con una certa costanza.
Betti sospetta che l'autore di queste rapine possa essere Franco Casagrande (Elio Zamuto), uno "specialista" in questo campo nonché sua vecchia conoscenza, ma non può incolparlo in quanto non ha nessuna prova dalla sua: in più, il delinquente ogni giorno viene puntualmente a firmare il registro dei sorvegliati speciali all'una in punto. Le rapine si verificano, invece, sempre verso l'una meno dieci, per giunta in parti della città lontanissime, e quindi sembra apparentemente impossibile che il responsabile sia Casagrande. In realtà, il criminale riesce sempre ad arrivare puntualmente, dopo aver consumato le sue rapine, con l'ausilio di un complice che, in sella ad una potente moto da cross, lo porta rapidamente da un capo all'altro della metropoli.
Nonostante l'apparente alibi di ferro, Betti non si convince del tutto: inoltre, durante l'ultima rapina ai danni di una agenzia di assicurazioni, è stato ucciso proprio da Casagrande - che si rivela così anche un feroce assassino - uno degli agenti speciali di cui si serve per infiltrare la camorra, e quindi la cosa diviene una questione personale. Nelle successive indagini, un altro agente speciale (che poi verrà anch'egli barbaramente trucidato dalla camorra per ritorsione) lo avvisa di un'imminente nuovo colpo che avverrà in una banca del Vomero: Betti predispone un appostamento con una squadra di uomini armati fino ai denti al fine di sventare la rapina e catturare i malviventi, ma i banditi, che avevano previsto tutto e lo avevano quindi sviato dalle loro reali intenzioni, compiono invece la rapina in un'altra filiale della stessa banca - ovviamente lontana da dove si trovano Betti e i suoi uomini - nel corso della quale cade sotto il fuoco di Casagrande anche un carabiniere trovatosi lì per caso. Visto l'orario, ed infuriato ancor di più dal fatto di essere stato gabbato dai malviventi, Betti inizia una corsa in auto contro il tempo per le strade ed i vicoli di Napoli per giungere alla centrale dove - secondo lui - starà arrivando anche Casagrande. Betti incastra il criminale sorprendendolo per strada con il suo complice proprio a bordo di quella moto. Casagrande, però fugge a piedi costringendo il commissario ad un'estenuante ulteriore corsa per le strade di Napoli.
Il bandito raggiunge quindi la funicolare di Montesanto e si rifugia nel vagone che sta partendo; Betti, che non ha fatto in tempo a raggiungere l'entrata della stessa prima che l'accesso sia chiuso agli altri viaggiatori in attesa, si arrampica lungo il muro di cinta e riesce a saltare sul tetto del convoglio. Casagrande, vistosi braccato, prende in ostaggio una ragazza fra i passeggeri, minacciando di ucciderla se il commissario non salta giù; Betti non demorde e cerca di guadagnare tempo, ma il delinquente massacra la malcapitata fracassandole la testa contro il vagone che veniva in senso opposto. A questo punto Betti, appeso al tetto, riesce finalmente a far fuoco contro Casagrande uccidendolo.
Entra anche in ballo la figura di Gennarino, un simpatico e vivace ragazzino il cui padre gestisce un'autorimessa nella stessa strada ove insistono gli altri negozi già presi di mira dai camorristi: proprio il padre era uscito indenne dal raid vandalico della camorra ma soltanto perché, essendo stato proprio lui a convincere gli altri a non sottostare al ricatto dei delinquenti, gli è stato riservato un "trattamento speciale": infatti, in piena notte, i camorristi effettuano un'incursione furtiva nella rimessa dandovi fuoco: nel drammatico incendio che ne scaturisce, il povero Gennarino, che il padre fa saltare nel vuoto nel tentativo di salvarlo, riporta una brutta frattura ad un femore mentre lo stesso padre, avvolto dalle fiamme, muore ustionato.
Betti, a tempo di record, fa immediatamente riattare e rimettere a nuovo l'autorimessa incendiata dai criminali infiltrandovi un poliziotto che fingerà di essere il nuovo titolare, e facendo altresì installare delle telecamere a circuito chiuso nell'officina il cui apporto consentirà di cogliere in flagrante ed arrestare gli uomini del Generale, subito intervenuti ad esigere i soldi per la protezione. Attiratosi le ire del Generale, intanto, Capuano, che nel frattempo ha dovuto assumere allo scopo una guardia del corpo (che, curiosamente, è un ex poliziotto che era stato anche alle dipendenze di Betti), è fuggito a Genova.  Betti però, nonostante sia preso di mira da un sicario dello stesso Capuano in un fallito agguato, lo raggiunge in un albergo della città ligure e lo riporta a Napoli, dove questi dovrà sbrigare i suoi ultimi affari e regolare i conti col Generale. Purtroppo, il poliziotto infiltrato nell'autorimessa, subito dopo l'arresto dei delinquenti viene smascherato e ucciso dal Generale, che lo fa portare al suo cospetto in piena notte presso un bowling  che si trova in una zona sotto il suo raggio di azione (tant'è vero che intima al gestore, testimone del fatto, di non parlare con alcuno minacciandolo di morte) e gli stritola la faccia colpendolo con una pesante boccia da bowling.
Alla fine, Betti fa in modo che Capuano e 'O Generale si incrocino nei pressi del porto dove, in un conflitto a fuoco, il boss della camorra perde la vita unitamente al suo guardaspalle; in realtà è lo stesso Betti, nascosto dietro un muretto, a ucciderlo facendo in modo che la responsabilità dell'accaduto, per l'apparente dinamica, ricada però unicamente su Capuano, che così viene praticamente anch'egli tolto di mezzo.
Nel finale del film, Betti, rammaricato dal fatto di aver perso tre dei suoi uomini migliori pur avendo riportato uno schiacciante successo nella lotta contro la criminalità organizzata, e nonostante gli elogi del Questore che fino a quel momento lo aveva duramente criticato per i suoi metodi, decide di lasciare Napoli. Mentre si sta avviando alla stazione, però, fermatosi ad un incrocio si imbatte nel povero Gennarino, reso invalido e costretto per sempre a camminare sulle stampelle a seguito delle fratture riportate nell'incendio appiccato dai camorristi all'officina del padre. Sentendosi moralmente responsabile per quanto occorso al ragazzino, decide così di rimanere a Napoli e continuare la sua lotta contro la malavita.

John Saxon
John Saxon
John Saxon, nome d'arte di Carmine Orrico nasce a Brooklyn, il 5 agosto 1935, è un attore statunitense, famoso per la partecipazione in svariati polizieschi all'italiana durante gli anni settanta.
John è il figlio di Antonio e Anna Orrico. Studiò recitazione con la famosa istruttrice Stella Adler ed entrò nel mondo del cinema nella metà degli anni cinquanta, interpretando il ruolo del teenager. Secondo la biografia di Robert Hofler ("The Man Who Invented Rock Hudson: The Pretty Boys and Dirty Deals of Henry Willson"), il "talent agent" Henry Willson vide la foto di Orrico sulla copertina di un detective magazine e immediatamente contatto la famiglia del ragazzo a Brooklyn. Portò il sedicenne Orrico a Hollywood e gli fece acquisire il suo nome d'arte, John Saxon. Nei suoi primi anni da attore, Saxon lavorò con molti registi noti, tra cui Vincente Minnelli, Blake Edwards, John Huston, Frank Borzage ed Otto Preminger, ma non ebbe mai un ruolo da protagonista.
Apparve per la maggior parte della sua carriera in ruoli da non protagonista, e vinse un Golden Globe come "miglior attore non protagonista" per la sua interpretazione di un bandito messicano nel film A sud ovest di Sonora (1966). Saxon apparve inoltre in molti film italiani, principalmente negli spaghetti-western e nei poliziotteschi (Napoli violenta, Il cinico, l'infame, il violento - entrambi di Umberto Lenzi). Dagli anni settanta in poi, Saxon ha recitato anche in pellicole horror, principalmente in “Un Natale rosso sangue” di Bob Clark e in “Tenebre” di Dario Argento. Negli anni novanta e 2000 è stato visto in uno svariato numero di pellicole indipendenti ed è apparso in diverse serie televisive, tra cui CSI: Crime Scene Investigation e Masters of Horror.

Maria Grazia Spina


Maria Grazia Spina (Maria Grazia Spinazzi) nacque il 3 Giugno 1936 a Venezia. Debuttò nel teatro di prosa nel 1956; successivamente, nel 1958, esordì in televisione conquistandosi ben presto il favore del pubblico, comparendo in spettacoli di prosa adattati per il piccolo schermo e in numerosi romanzi sceneggiati. Dotata di una bellezza notevole, anche se non appariscente, capace di una recitazione ora leggera, ora intensa, ma sempre controllata e dai modi signorili, ebbe rare e poco adeguate occasioni di manifestare nel cinema il proprio talento, dato che le furono quasi sempre offerte parti di secondo piano, per lo più in film di scarso rilievo artistico, soprattutto avventurosi o storico-mitologici. 

(1976) Paura in città 1° Commissario Mario Murri
Maurizio Merli interpreta per la prima volta il Commissario Mario Murri.
Il personaggio del commissario Mario Murri) ritornerà in
"La polizia interviene: ordine di uccidere" non interpretato da Maurizio Merli.
di Giuseppe Rosati
Cast: Maurizio Merli, James Mason, Cyril Cusack, Silvia Dionisio, Liana Trouché
Trama: 
Dodici detenuti evadono in blocco da Regina Coeli: tra loro ci sono l'omicida Alberto Lettieri e la sua banda, nonché, costretto a seguirli contro la propria volontà, l'anziano Giacomo Masoni, ex funzionario delle ferrovie condannato per un caso di eutanasia. Il compito di ripescarli tocca al commissario Murri, amato dai colleghi, ma osteggiato dalla magistratura perché i delinquenti li manda più volentieri al cimitero, che in prigione. Catturati o uccisi, nel corso di due rapine, cinque degli evasi, Murri scopre, interrogando la giovane nipote del Masoni, Laura, una pista capace di condurlo al Lettieri: con ogni probabilità, il bandito si servirà di Giacomo per impadronirsi di un carico di banconote destinate al macero, del valore di alcune decine di miliardi, che un treno porterà da Milano a Roma. Benché, dopo un scontro a fuoco con alcuni "killer" di Lettieri, risoltosi con la loro morte, siano in vista per lui la sospensione dal servizio e l'intervento del magistrato, Murri ottiene dal questore due giorni di tempo per agire. Gli basteranno per sventare il colpo ideato dal Lettieri e uccidere il bandito e i suoi complici. L'attesa delle indagini a suo carico, infine, gli sarà meno penosa grazie all'affettuosa vicinanza di Laura.

Critica 
La breve carriera nel cinema di Giuseppe Rosati (omonimo del compositore delle musiche di Ossessione, di Luchino Visconti) si esaurì negli anni '70, come tante altre meteore in quell'epoca fortunatissima quantitativamente, ma che qualitativamente lasciò parecchio a desiderare. Si capisce il perchè a perfezione, guardando due minuti a caso di questa truce pellicola d'azione in cui la violenza è l'unica attrattiva forte: la regia è mediocre, la recitazione pure, i dialoghi sono inconsistenti e insomma tutto quello che sembra importare al regista è di mostrare sangue, sparatorie, ammazzamenti quanto più crudeli possibile. Sono gli anni del poliziesco all'italiana, si troverà come giustificazione per il prodotto; sì, ma Merli non è comunque mai stato un attore e il suo commissario Murri (qui) non è altro che l'ennesimo calco spudorato del solito commissario Tanzi, Betti e via dicendo (notare curiosamente come prosegua una scia di nomi di cinque lettere con medesima disposizione di vocali e consonanti, da cui identico suono all'orecchio). La sceneggiatura del regista e di Giuseppe Pulieri fa acqua da tutte le parti, manco a dirlo a questo punto; nel cast c'è qualche caratterista interessante (Fausto Tozzi, Silvia Dionisio) e soprattutto compare in un ruolo centrale James Mason, l'attore inglese dai gloriosi passati che evidentemente a quei tempi però non aveva molto di meglio da fare che partecipare a qualche sottoprodotto di genere.

(1976) Roma a mano armata
1° Commissario Leonardo Tanzi
di Umberto Lenzi
Con Maurizio Merli, Tomas Milian, Arthur Kennedy, Maria Rosaria Omaggio, Ivan Rassimov, Giampiero Albertini
LA TRAMA
Capo della romana "squadra omicidi", il commissario Tanzi è convinto che per combattere la criminalità la polizia non possa lasciarsi imbrigliare dai codici, né approva la comprensione di cui la fidanzata, psicologa presso il tribunale dei minorenni, dà prova nei confronti dei giovani delinquenti. Rigoroso assertore del rispetto della legge è invece il questore, cui perciò non garbano gli spicciativi metodi del commissario: dopo il brutale pestaggio di un indiziato, il gobbo Vincenzo Moretto, Tanzi viene trasferito dalla "squadra omicidi" a un incarico amministrativo. Ma il commissario non è tipo da starsene dietro a una sedia, per cui, noncurante degli ordini, affronta e cattura uno spacciatore di droga, sgomina una banda di rapinatori, smaschera il capo di un'"anonima sequestri" e ha finalmente ragione, in un conflitto a fuoco, del temibile "gobbo".
CRITICA
Sorta di Callaghan all'italiana che punta tutto sui luoghi comuni e sulle reazioni primarie dello spettatore, senza rendere interessanti i suoi personaggi né le loro vicende. La denuncia dei mali della metropoli è naturalmente solo un pretesto.
Resta comunque uno tra i migliori film del genere poliziesco: duro, violento, adrenalinico e sempre grande la coppia Merli - Milian. Anche le scene d'azione sono sempre eccezionali.


(1976) Italia a mano armata 3° Commissario Betti

Terzo ed ultimo episodio della Trilogia del Commissario Betti
di Marino Girolami 
Con Maurizio Merli, John Saxon, Raymond Pellegrin, Mirella D'Angelo 
TRAMA 
il Commissario Betti, stavolta in servizio a Torino, è sulle tracce di una banda, composta da quattro banditi, che nel capoluogo piemontese ha sequestrato un piccolo scuolabus su cui viaggia una mezza dozzina di bambini, diretti a scuola.
Un membro della banda, Mancuso, tenta grossolanamente di stuprare una donna nei pressi del nascondiglio dove i banditi si sono rifugiati con i bambini, venendo così denunciato e rintracciato e consentendo alla polizia di scovare la banda e quindi facendo fallire il piano.
Maurizio Merli
Qualche tempo dopo questi è rinvenuto carbonizzato nella propria macchina; intanto due banditi (Torri e Luzzi) vengono catturati da Betti, al termine di uno spettacolare inseguimento che ha inizio all'Ortomercato, passando per il Naviglio e conclusosi all'Idroscalo, non prima che, dalla macchina dei banditi in fuga, Luzzi indirizzi a una pattuglia della polizia che si era aggiunta all'inseguimento una raffica di Sten che, colpendo gli agenti a bordo, finisce in acqua, mentre il terzo, rintracciato presso il suo alloggio, per sfuggire alla cattura, si schianta con l'auto contro un albero, morendo sul colpo. Convinto, pur non avendone le prove, che ad organizzare il sequestro dei bambini sia stato l'uomo d'affari milanese nonché Trafficante di droga Jean Albertelli, concentra le sue attenzioni su quest'ultimo.
Mirella D'Angelo
Si reca perciò a Genova, dove però finisce in carcere a causa di un tranello tesogli dal boss Albertelli. Uscito di prigione riesce a catturare il milanese; questi tuttavia riesce a scappare e a raggiungere l'aeroporto, dove viene tuttavia ucciso da alcuni banditi durante una sparatoria, che vengono a loro volta presi nella retata del commissario.
Il film sembra concludersi con il lieto fine di un appuntamento tra il
Commissario Betti e la sorella dell'unico bambino morto durante il sequestro, ma la scena si conclude drammaticamente con il commissario che viene ucciso da una raffica di mitra sparata da un'automobile in corsa Il commissario Belli quindi muore, freddato da una scarica di mitra esplosa da una Fiat 127, ucciso dalla malavita, impersonale e distruttiva. Geniale la sequenza finale, in cui il regista usa tre fermo immagini riducendo la faccia spettrale del commissario, il viso terrorizzata della bella Luisa e il bandito a mitra spianato sull'utilitaria, a fotografie sgranate e in bianco e nero tipiche dei quotidiani, fornendo così la scena di un taglio giornalistico scarno ed essenziale.

 

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